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lunedì 2 febbraio 2015

Il sacrificio di Éva Izsák



Januaria Piromallo

Chiarelettere 2014
€ 13,60

 




Ti stiamo sacrificando e siamo sicuri che capirari il perché.

Questa è una storia vera. Éva Izsák fu fatta suicidare nell'estate 1944, a diciannove e mezzo, in una foresta d'Ungheria, nei pressi di Debrecen.
Éva è l'ultima di otto figli di una famiglia ebrea di estrazione proletaria.
Alla fine della guerra sono rimasti in vita solo la sorella Maria e il fratello Jeno. Tutti gli altri, il padre Antal, la madre Ezster, e i loro figli Margit, Rozsi, Sari, Sandor e Piri sono gassati ad Auschwitz. Ed Éva, per mano di chi e perché perse la vita?
Maria è più grande di Éva di soli due anni e mezzo, poco più che bambine sono attive nel movimento sionista Hashomer Hatzair per poi passare nella resistenza. Ricercate dalle Croci Frecciate, il partito filonazista che andrà al potere in Ungheria il 15 ottobre 1944, le due sorelle, sempre insieme, devono cambiare sempre più spesso rifugio aiutate da documenti falsi e dai loro più cari amici.
A un certo punto però devono separarsi. Maria andrà a Budapest, mentre Éva, consigliata dal giovane Bela Nadler, innamorato di lei, si fermerà a Nagyvarad presso un gruppo di marxisti, che la ragazza non conosce. Ma non c'è motivo di non fidarsi.
Le due sorelle fanno il viaggio insieme, ed è l'ultima volta che si vedranno.
Capo e ideologo del gruppo è Imre Lipsitz, che dopo qualche anno cambierà il suo nome in Imre Lakatos, diventando l'epistemologo di fama internazione erede del filosofo Karl Popper.
Ora possiamo rispondere in parte alla domanda. Éva, tradita da chi la doveva proggere, fu fatta suicidare su mandato di Lipsitz che affidò il compito materiale di farle bere il cianuro dal compagno chiamato Nyuszi, "coniglio".
La storia di Éva Izsák è stata raccontata all'autrice nel 2006 dal filosofo Imre Toth, che in quell'incontro le consegna anche il diario che Maria Izsák aveva tenuto fin da ragazzina e che gli aveva inviato, accompagnato da una lettera dell'amico psicologo Shlomo Ben-Amnon, che per primo lo aveva letto.
Ci sono voluti sessant'anni per riesumare, sepolta dal silenzio, la storia di Éva Izsák, la cui morte si trova all'incrocio tra la ferocia e gli orrori che l'intelligenza, separata dalla pietas, può partorire.
Un libro la cui lettura provoca un dolore lacerante. Una storia che riafferma, in questo tempo che  ci chiede di correre sempre di più, la necessità di fermarsi a ricordare e riflettere.

Januaria Piromallo, napoletana, è giornalista, blogger e scrittrice. Ha insegnato al Master di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha pubblicato Bella e d'annata (2007) e, con Maria Borrelli, Come pesci nella rete. Trappole, tentacoli e tentazioni del Web (2011).
marinella m.





martedì 13 maggio 2014

La giudice



Paola Di Nicola


Ghena 2013
€14,00






"Giudice" è un sostantivo epicèno, ovvero non distingue tra maschile e femminile, ma quando Paola Di Nicola ordina il suo timbro, quello che apporrà su ogni sentenza, chiede alla tipografa sconcertata che la scritta riporti "la Giudice".
Dietro a quell'articolo determinativo c'è tutta la sua vita. C'è la fatica e il coraggio della donna Paola Di Nicola per vedere affermato il suo diritto a esercitare la professione di magistrato, ma c'è anche la sua consapevolezza di volere essere giudice senza rinunciare al suo punto di vista, che non può precludere dal suo essere una donna.
Perché mi dovevo sentire così a disagio e in colpa per il mio corpo, per il mio ruolo famigliare, per le mie maternità? Perché, in un'istituzione in gran parte femminile, mi rivolgevo ancora la domanda “cosa penseranno a essere giudicati da una donna”?
Per comprendere per quale ragione la Costituzione, nel 1948, ammette l'uguaglianza tra i sessi, ma esclude le donne dalla magistratura, Paola studia gli atti del dibattito che portò all'approvazione della Carta.
Trova in quei volumi, ribadite da alcuni padri costituenti, le ragioni per cui le donne non possono entrate in magistratura. Ancora una volta il loro luogo d'elezione  è la casa e lì devono stare; oltre a ciò la professione di magistrato richiede equilibrio e questo, anche per ragioni fisiologiche, difetta alla donne.
A niente era valsa la battaglia delle madri costituenti: la strada della magistratura si aprirà alle donne con una legge del 1963. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e molte donne hanno lottato, sopra i ponti, per ottenere vere pari opportunità. Nel 2012 le donne magistrato sono 4006 e costituiscono il 46% dei magistrati italiani.
Nell'interrogatorio, di fonte all'imputato, che si aspetta un uomo, Paola deve non abbassare lo sguardo e ritrovare  l'orgoglio ed il coraggio di essere una donna. Le perle e la camicetta a fiori che indossa nulla possono togliere alla sua autorità e autorevolezza.
La madre di Paola ha impreziosito la pettorina della sua toga con una leggera rifinitura in pizzo, ed è con quella che, dopo aver passato notti ad esaminare  gli atti processuali e portato i bambini a scuola, entra in aula la giudice Paola Di Nicola.

Paola Di Nicola è giudice del Tribunale penale di Roma dal settembre 2010. Si è occupata precedentemente di diritto civile, penale e del lavoro come pretore presso la Pretura di Sant'Angelo dei Lombardi; è stata giudice del Tribunale di Latina nelle materie civili, delle esecuzioni immobiliari e penali. Negli anni 2009 e 2010 ha presieduto il Collegio, appositamente costituito presso il Tribunale di Napoli, per l'emergenza rifiuti in Campania. Ha pubblicato sulle riviste specializzate numerosi provvedimenti giudiziari in materia d'immigrazione, ambiente, urbanistica, reati contro le donne.

marinella m.

venerdì 12 ottobre 2012

Nina Simone: una vita




David Brun-Lambert

Feltrinelli, 2010
€ 12,00





Nascere in un piccolo paese del North Carolina nel 1933, con la pelle nera, nascere da una madre dura e scostante, da una reverenda battista metodista e da un oscuro figlio di schiavi, nascere senza speranza. Eunice Kathleen Wymon non sembrava venuta al mondo per diventare Nina Simone, ma la sorte le aveva donato bellezza, doti pianistiche fuori dal comune, una sensibilità esasperata, una passionalità irrefrenabile e l’assurda ambizione di riuscire, attraverso il miracolo delle proprie mani, a rendere giustizia a una massa silenziosa di servi infelici.
Il talento, però, non protegge dal dolore, non protegge dalle umiliazioni e dal razzismo dei bianchi, che le impedirono di diventare una pianista classica, non protegge da un amore intravisto come una soluzione liberatoria ma iniziato, subito dopo, con uno stupro e una notte di torture e trasformatosi, in poco tempo, in un matrimonio fatto di geli e di sfruttamento, con un uomo scaltro e impietoso, sfruttatore metodico delle fatiche di sua moglie, al punto da impedirle di dedicarsi alla loro unica figlia.
Questa è stata la vita di Nina Simone, narrata in una biografia densa e puntuale, un avvicendarsi continuo di dolori e beffe del destino ma, non è stata solo questo, non è stata solamente la storia di una vittima. Nina era una diva dal talento folle, continuamente posseduta dagli spiriti e dalle visioni dei suoi antenati, e al tempo stesso accecata dall’ambizione; era una donna che ha lottato alacremente per i diritti del suo popolo, ma era anche una carnefice che nelle sue peregrinazioni, liquidato ormai il marito sfruttatore, ha collezionato relazioni con uomini d’affari spregiudicati e violenti e ha "pregiato" con la sua presenza anche la corte di una delle più spietate dittature che l’Africa abbia mai conosciuto, quella liberiana, nella disperata ricerca di una vita da principesca e senza angustie.
In questo libro, tuttavia, c'è qualcosa in più della narrazione di una vita. C'è la narrazione di un'epoca di speranze e rivoluzioni. Brun-Lambert fa in modo di fornire continuamente coordinate storiche, musicali, letterarie molto precise sull’America del grande risveglio dell’orgoglio nero e scorrono su una pellicola velocissima le istantanee di figure epocali come Martin Luther King, Mohamed Ali, Miriam Makeba, Malcom X, insieme a quelle di piccoli gruppi di movimentisti per i diritti degli afroamericani, per la maggior parte violenti e assetati di vendetta; contemporaneamente, sullo sfondo, passano le immagini dell’Africa, i richiami e le suggestioni ritmiche del paradiso perduto da 15 milioni di schiavi morti nel corso delle terribili traversate atlantiche, fantasmi che si aggirano nelle vite dei discendenti degli altri 15 milioni di schiavi arrivati a destinazione.
Circondata da fantasmi di vivi e presenze di morti Nina Simone, akka fine di una vita piena di incontri e avventure, resta sempre una donna sola: il suo dolore è tutto individuale. Da sola scappa dalla follia e dalla depressione, rifugiandosi, nell’ultima parte della sua vita, nell’ordine della Svizzera e della Francia del Sud, senza esito. La sua natura, i suoi dolori l’hanno condannata a dissipare tutto:l'amore di molti amici, l’affetto di sua figlia e il suo stesso genio, fino al 25 aprile del 2003, giorno del ricongiungimento definitivo con i suoi fantasmi.

ma.me.


sabato 5 maggio 2012

Gola profonda. Una storia vera




Linda Lovelace, Mike McGrady

Castelvecchi 2012
€ 18,50

 


Spesso mi chiedono perché non sono mai scappata. Dietro questa domanda c’è un modo di porsi, un pregiudizio. Posso leggerlo nel volto di chi me la pone. Chi lo chiede è sempre sicuro che a lui, o a lei, non sarebbe potuto succedere. Pensano che sarebbero stati abbastanza forti, furbi e pieni di risorse da liberarsi. A dire il vero, in primo luogo non si sarebbero mai  cacciati in una situazione così difficile. Una volta, nel corso di un’udienza preliminare in California, mi è stato chiesto a bruciapelo. «Perché non sei mai sfuggita?». E io ho risposto d’istinto: «Perché è abbastanza difficile scappare quando hai un’arma puntata alla testa». 
… Capisco come certe persone trovino difficile considerarlo vero. Da giovane, se sentivo parlare di una donna stuprata, percepivo intimamente che non sarebbe mai potuto succedere a me. Non lo avrei mai consentito. Ora capisco che aveva senso quanto affermare che non avrei mai consentito un terremoto o una valanga.
… L’uomo con il quale vivevo mi aveva puntato una pistola, mi aveva costretta a spogliarmi, mi aveva spedito in una stanza con cinque sconosciuti, mi aveva visto mentre mi stupravano ripetutamente, e ora era arrabbiato perché non ero stata abbastanza eccitante per loro. Buon Dio!

Linda Susan Boreman racconta la vera storia dell’icona porno Linda Lovelace, protagonista del primo film a luci rosse legale della storia, Gola profonda.
A dieci dalla sua morte, l’autobiografia atroce di una ragazzina che scappando via dai suoi genitori finisce per trovare il suo aguzzino, Chuck Traynor. Sotto minacce e percosse quotidiane è costretta prima al matrimonio e poi alla prostituzione. Obbligata a fare il film, dietro le scene interpretate dalla Lovelace si nasconde una storia terribile. Brutali violenze, stupri di gruppo, umiliazioni che segnano la sua vita per sempre e rivelano un aspetto troppe volte tralasciato dell’industria del porno.
A.T:


venerdì 2 aprile 2010

King Kong girl




Virginie Despentes


Einaudi 2007
€ 11,50




... Dopo molti anni di buona, leale e sincera investigazione, ho comunque dedotto che: la femminilità, è comportarsi come delle puttane. L’arte del servilismo. Si può chiamarla seduzione e farne una cosa glamour. È uno sport di altissimo livello solo in rari casi. Per la massa, vuol dire semplicemente abituarsi a comportarsi come degli esseri inferiori.

... Piacere agli uomini è un’arte complicata, che chiede che si cancelli tutto ciò che rientra nell’ambito della potenza.

... Decisamente, le donne piace soprattutto vederle in pericolo. Marchiate, la collettività veglia a che paghino caro per essere uscite dalla retta via, e per averlo fatto pubblicamente.
... Dove sono le racchie, le vecchie le camioniste, le frigide, le mal scopate, le inscopabili, le isteriche, le tarate, tutte le escluse dal gran mercato della bella donna? Io scrivo dalla loro parte.

Sono frasi estratte a caso dal libro di Virginie Despentes. Uno sguardo di cruda attualità sugli intrecci tra morale, sesso, potere e casta dominante.
calvina

lunedì 1 marzo 2010

Milena. L'amica di Kafka


Margarete Buber-Neumann


Adelphi 1999
€ 9,30

In questo libro è raccontata la storia di una grande, dolcissima e tenace amicizia, quella tra Margarete Buber-Neumann e Milena Jesenska. Un’amicizia per la vita e per la morte.
Grete e Milena si conoscono nel campo di concentramento di Ravensbrück. Nasce tra le due donne, in quel luogo di disperazione, un legame forte che le farà solidali l’una all’altra e che le aiuterà a far fronte non solo alle angherie delle SS, ma anche all’isolamento costruito intorno a loro dalle comuniste in ragione delle loro opinioni sulla Russia di Stalin.
Milena e Grete si raccontano, si sostengono, si accudiscono rischiando più volte la vita. Insieme progettano, una volta libere, di scrivere un libro sui campi di concentramento. Milena non ce la farà a ritornare nell’amatissima Praga, ma Grete manterrà l’impegno preso con l’amica e scriverà il libro.
Un giorno, poco prima di morire, lei mi disse “So che almeno tu non mi dimenticherai. Per merito tuo posso continuare a vivere. Tu dirai agli uomini chi ero, sarai il mio giudice clemente”…
Milena, donna di grande fascino e carisma, non è stata solo l’amica di Kafka. È stata un’acuta giornalista, uno spirito libero, una donna generosa quanto coraggiosa. È morta a Ravensbrück il 17 maggio 1944.
Avere degli amici era ciò che Milena desiderava più ardentemente. Un giorno scrisse a questo proposito “Se abbiamo due o tre persone, ma che dico, se ne abbiamo una sola davanti alla quale possiamo mostrarci deboli, miseri e contriti senza per questo doversi aspettare da lei che ci faccia del male, allora possiamo dirci ricchi. Possiamo pretendere indulgenza solo da quelli che ci amano, mai dagli altri, e soprattutto mai da noi stessi”.

Margarete Thuring nasce a Potsdam nel 1901 e muore a Berlino il 6 novembre 1989. Giovanissima sposa Rafael, figlio del filosofo ebreo Martin Buber. Dalla loro breve unione nascono due figlie. Nel 1926 Margarete entra nel Partito comunista tedesco. Nel 1928 si unisce a Heinz Neumann, che sarà arrestato a Mosca nel 1937 e scomparirà. L’anno dopo Margarete è condannata a cinque anni di lavori forzati in una colonia penale nel Kazakistan. Nel 1940, dopo la firma del patto Ribbentrop-Molotov, è riconsegnata dalle autorità sovietiche ai nazisti che la internano a Ravensbrück. Sulla sua vita ha scritto anche Prigioniera di Stalin e Hitler.
marinella m.

giovedì 11 febbraio 2010

Jana Cerná




Lettera a Milena


Forum 2009
€ 15,00




Questo libro narra la storia di una ricerca e di un incontro, tra Jana e Milena, tra una figlia e sua madre.
Nessuna vita umana svela facilmente il proprio segreto, anche la semplice vita di una persona semplice è in realtà imperscrutabile… poiché lo so molto bene, per lungo tempo non ho saputo decidermi a scrivere di Milena. E nemmeno oggi mi accingo a farlo con la certezza che riuscirò a dire tutto di lei. Piuttosto con la certezza che finora nessuno di coloro che ci hanno provato ci è riuscito.
Milena Jesenská nacque a Praga nel 1896 e morì nel campo di concentramento di Ravensbrück nel maggio del 1944. Nota soprattutto per la relazione e l’epistolario con Kafka e l’infelice matrimonio con Ernst Pollak, questa donna coraggiosa e anticonformista brillò invece di luce propria e questo libro, scritto da sua figlia, la poetessa Jana Cerná, le restituisce quella luce e la illumina.
Giornalista, scrittrice, traduttrice, pubblicò a lungo e su molte riviste. Si schierò contro il Terzo Reich aiutando i profughi ad uscire dalla Cecoslovacchia occupata, e pagò il suo impegno con la vita. Prigioniera a Ravensbrück, conobbe Margarete Buber-Neumann, comunista tedesca, e insieme a lei denunciò le nefandezze del regime staliniano quando ancora nessuno voleva credere e ciò che stava accadendo in Unione Sovietica. Questo le costò l’isolamento subito e il silenzio dopo la morte.
Una donna generosa e piena di vita che le molte sofferenze non piegarono. Quando muore la madre Jana ha sedici anni; anche lei avrà una vita tormentata, anche lei scriverà. A lei, e a noi, Milena ha lasciato molto. Seppe sempre battersi per i suoi. E anche per il suo diritto a decidere da sola per se stessa.
marinella m.

giovedì 7 gennaio 2010

Le cose che non ho detto




Azar Nafisi


Adelphi 2009
€ 19,50




La sera, quando mi ritiravo nella mia grande stanza, arrivava mia madre con un piatto di arance sbucciate, cioccolatini, e pistacchi. Prima di coricarmi le consegnavo una lista di vocaboli inglesi e il giorno dopo, sulla mia scrivania, trovavo i significati che lei aveva cercato sul dizionario. [...] Quando i miei cominciarono a parlare di mandarmi a studiare all'estero, alcune amiche di mia mia madre la misero in guardia. Voleva che finissi come Ameh Handam che, superati i quaranta, aveva sposato un farmacista con quattro figli? Accudire i figli di un altro: ecco il destino delle donne troppo istruite! dicevano. Io non trovavo nessuna ragione per commiserarla: suo marito l'amava e la rispettava, e tra lei e i suoi figliastri c'era un profondo affetto.


Things I've been silent about, scritto e pubblicato in lingua inglese nel 2008, è non solo autobiografia e biografia della genealogia familiare di Azar Nafisi ma narrazione della tormentata storia politica dell'Iran che funge infatti da cornice alle vicende individuali (inoltre nell'utile postfazione sono sintetizzati i momenti più salienti della storia iraniana dal 1905 al 1989). L'amore per la letteratura - a cui Azar è introdotta da piccola dal padre attraverso Il libro dei re di Ferdousi (famoso poeta iraniano, nato nel 935 e morto nel 1020, che nel poema epico tramanda le vicende della Persia preislamica) - svela ad Azar il mondo incantato delle storie aiutandola a non soccombere quando era bambina ai conflitti con la madre e quando sarà adulta all'oscurantismo, non solo culturale, imposto al paese dalla Repubblica Islamica. Residente ormai dal 1997 negli Stati Uniti, affermata scrittrice, Azar può dire cose a lungo taciute, può parlare per esempio delle dinamiche familiari, dell'infelicità di sua madre e dei conflitti con lei riconoscendole però il contribuito decisivo alla sua formazione culturale, che ha consentito a Azar di diventare una donna diversa da lei.
mm

giovedì 3 dicembre 2009

Uno sguardo indietro


Edith Wharton

Editori Riuniti 1984, 2000
€ 14,46


Anni fa, mi sono detta: "Non esiste la vecchiaia; c'è soltanto la tristezza"... Anche l'abitudine contribuisce a far diventare vecchi. L'abitudine è necessaria; è l'abitudine di avere delle abitudini, di fare di una traccia un solco, che è necessario combattere, se si vuole rimanere vivi...


...ma nelle nostre vite individuali, sebbene gli anni siano tristi, i giorni hanno la possibilità di essere radiosi. La vita è la cosa più triste che ci sia, quasi quanto la morte, ma ci sono sempre nuovi Paesi da visitare, nuovi libri da leggere (e, spero, da scrivere); mille piccole meraviglie quotidiane di cui stupirsi e godere... Il mondo visibile è un miracolo quotidiano per coloro che hanno occhi e orecchie; e io mi riscaldo ancora le mani, con gratitudine, al vecchio fuoco, anche se ogni anno che passa è alimentato dalla legna secca di ricordi sempre più lontani.


Incipit e finale della straordinaria biografia intellettuale di Edith Wharton (New York 1862- Francia 1937), pubblicata quattro anni prima della sua morte. Attraverso la sua vita movimentata (Henry James la chiamerà "donna pendolo"), l'autrice, nota scrittrice e grande viaggiatrice, ci introduce con scrittura ironica e densa alle atmosfere negli ultimi decenni dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento dei salotti da lei conosciuti di New York, del New England, di Londra, Parigi, Roma e Firenze frequentati da aristocratici e intellettuali (scrittori, pittori e musicisti), facendoci assaporare con gusto i dettagli di un mondo scomparso e tratteggiando con dovizia di particolari le vite di molti personaggi famosi.

mm

domenica 8 novembre 2009

Paula Fox


Il vestito della festa

Fazi 2007
€ 15,00


Nell'America ruggente degli anni Venti e poi durante la grande depressione degli anni Trenta, nel mondo del teatro e del cinema di Hollywood, nel quale si affacciano spettrali comparse personaggi noti - da Stella Adler a Clifford Odets, da John Gilbert a Harpo Marx - Paula cresce tra adulti distratti, falliti, folli, disillusi nelle loro ambizioni artistiche e nei loro amori. Contundente è il ritratto dei genitori: coppia di sbandati belli e dannati come Francis Scott Fitzgerald e Zelda - affascinante e crudelmente anaffettiva la madre, sceneggiatore fallito, strambo e alcolizzato il padre (dall'introduzione di Melania G. Mazzucco).

Con uno stile asciutto e graffiante, in questa autobiografia Paula narra la sua difficile vita segnata dall'abbandono di sua madre, ferita mai rimarginata di una bambina sballottata tra adulti che tentano di accudirla. Luoghi e vestiti non suoi l'accompagnano nel cammino estraniante verso l'età adulta e una capacità di scrittura essenziale, che niente concede alla leggerezza del vivere, la riscatta senza farle mai assaporare la dolcezza del perdono.
mm

martedì 3 novembre 2009

Lasciami l’ultimo valzer




Zelda Fitzgerald


Bollati Boringhieri 2009

€ 19,00



Pubblicato nel 1932, Lasciami l’ultimo valzer è l’unico romanzo di Zelda Sayre Fitzgerald, musa dell’“età del jazz” e moglie di Francis Scott Fitzgerald. Dolorosamente autobiografico, il libro narra la storia di Alabama Beggs, bella e anticonvenzionale ragazza del Sud, che sposa un artista, viaggia con lui in Europa, conducendo una vita relativamente infelice. La ricerca di qualcosa per sé, che Alabama trova nella danza, attraversa tutto il libro come un brivido di febbre fa con un corpo malato. A dispetto della vita stimolante che conduce, l’insoddisfazione segna la sua esistenza, come il gusto di amaro che talvolta accompagna dolci molto speziati.
Ai dialoghi serrati Zelda alterna bellissime descrizioni di ambienti e atmosfere.

Il treno li trasportò attraverso il carnevale rosa della Normandia, oltre il delicato merletto di Parigi e gli alti terrazzi di Lione, i campanili di Digione e il bianco romance di Avignone, fino al profumo dei limoni, al fruscio del fogliame scuro, alle nubi di falene che sferzavano il crepuscolo purpureo, fino alla Provenza, dove la gente non ha bisogno di vedere, a meno che non vada in cerca dell’usignolo.

Zelda Sayre Fitzgerald nacque a Montgomery, in Alabama, nel 1900. Cresciuta in una solida famiglia del profondo sud degli Stati Uniti, fu fin da giovane al centro dei pettegolezzi della sua città, per i suoi atteggiamenti anticonformisti. Nel 1920 sposò Fitzgerald; due anni dopo ebbero una figlia, Frances. Lo scrittore era all’apice del successo e la coppia divenne il modello vincente dei “ruggenti anni Venti”.
A ventisette anni, appassionatasi alla danza, Zelda decise di intraprendere una carriera da ballerina, impresa che contribuì, insieme a una vita coniugale scossa da risentimenti e gelosie, a renderla ancora più fragile. Al suo primo ricovero in sanatorio, nel 1930, con una diagnosi di schizofrenia, ne seguì un secondo nel 1932, dopo la morte del padre. La degenza in clinica non le impedì però di completare il romanzo Save me the Waltz. Entrata di nuovo in ospedale psichiatrico nel 1936 ad Asheville, in Carolina del Nord, vi morì nel 1948, insieme a diversi altri degenti, in un incendio che devastò la clinica.

marinella m.

mercoledì 15 luglio 2009

Alice Guy



Memorie di una pioniera del cinema


a cura di Monica Dall'Asta

Cineteca di Bologna 2008
€ 10,00



Per me è stato sempre motivo di stupore constatare come le donne abbiano colto finora solo in minima parte la magnifica opportunità che l'arte cinematografica offre loro di raggiungere la fama e la fortuna come produttrici di film. Di tutte le arti, infatti, questa è probabilmente quella in cui le donne possono esprimere nel modo più splendido talenti, che per loro sono tanto più naturali di quanto lo siano per gli uomini e di cui il cinema ha assolutamente bisogno per giungere alla sua perfezione...


Torna in libreria l’autobiografia di Alice Guy (1873­-1968), prima donna regista nella storia del cinema. Entrata alla Gaumont come impiegata, inizia poco dopo la carriera di regista e direttrice di produzione; poi fonda e presiede una compagnia indipendente. È stata responsabile della realizzazione di diverse centinaia di film, molti dei quali da lei stessa diretti o interpretati, ma solo dopo la pubblicazione di questa autobiografia, apparsa postuma nel 1976, ha ottenuto il posto che le spetta tra i grandi del cinema muto.
Il libro contiene anche un saggio critico della curatrice, una ricca appendice documentaria e una filmografia.

domenica 12 luglio 2009

Tina


Pino Cacucci

Feltrinelli 2005
€ 8,00




Non sono stata granché “creativa”, Edward. In media ho eseguito meno di una stampa al mese… e questo per me è terribile. L’assenza di interesse non c’entra. Forse mi manca la disciplina, il potere di controllo sull’esecuzione… A volte, arrivo a pensare che le donne, per ciò che riguarda il lavoro creativo siano inefficienti, dispersive… Ci manca la capacità di concentrazione, di lasciarci assorbire completamente da una cosa. Ecco, ricado nell’abitudine di generalizzare un’opinione a cui sono arrivata analizzando solo me stessa. E tornando a me non posso, come mi hai proposto una volta, risolvere la questione della mia esistenza perdendomi nel problema dell’arte. Non solo non posso farlo, ma soprattutto sento che il problema del vivere incide profondamente sul problema della profondità artistica…


Per chi già la conosce come fotografa, allieva e compagna del grande Edward Weston, per chi ne conosce l’impegno politico nel Messico rivoluzionario, ma anche per chi semplicemente ama le biografie storiche senza rinunciare al piacere del romanzo d’autore e desidera lasciarsi trasportare dal racconto che origina dai documenti e dalle lettere… a tutte queste persone consiglio Tina, un libro scritto da Pino Cacucci, che ha saputo tramutare in romanzo appassionante la biografia di Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini, meglio conosciuta come Tina Modotti.
Nel corso della sua vita Tina ha la fortuna di frequentare intellettuali e artisti di rilievo – fra questi il grande pittore Diego Rivera. Partecipa con tutta se stessa, spesso rinunciando a sviluppare le proprie doti artistiche, alla causa messicana prima e alle attività del partito comunista poi: segue gli ordini che le provengono da Mosca, lavorando per il Soccorso Rosso e combattendo per le brigate internazionali in Spagna.
La passività malinconica degli ultimi anni e la sua fine misteriosa forse sono causa e effetto del suo progressivo distacco dal partito, sempre più lontano dagli ideali rivoluzionari.

C.L.

lunedì 4 maggio 2009

Quando Nina Simone ha smesso di cantare


Darina al-Joundi, Mohamed Kacimi

Traduzione di Margherita Botto

Einaudi 2009

€ 14,50


...la vita romanzesca di Darina racconta anche la folle storia di quel Libano che esulta in tempo di guerra e va in mille pezzi in tempo di pace, e dice quanto sia derisoria la libertà della donna, che per gli uomini rimarrà sempre una lingua straniera.
(Mohamed Kacimi)

Bellissima autobiografia di Darina al-Joundi, attrice e scrittrice, che ci fa anche conoscere alcuni aspetti sociali, culturali e politici del Libano e della Siria. È estremamente interessante seguire le vicende personali di Darina e della sua famiglia così strettamente intrecciate a quelle politiche dei due Paesi. Educata all’amore per la libertà da genitori che “inseguivano il senso della bellezza. I poeti, i giornalisti, i militanti bussavano sempre alla porta senza preavviso, a qualunque ora”, Darina non può accettare le imposizioni di un paese devastato dalla guerra che non lascerà spazi di sopravvivenza a chi non appartiene a un gruppo religioso e/o a un marito. “...volevo andare a Londra, ma i voli erano tutti pieni. Restava un posto per Parigi. L’ho preso. Parigi che non lascerò mai”.

mm

giovedì 30 aprile 2009

Le lettere del mio nome



Grazia Livi


La tartaruga 2003

€ 15,50




Nelle pieghe della gonna di Simone de Beauvoir, seduta in poltrona, di fronte a Sartre per la solita conversazione serale, negli occhi assetati di vita di Anna Frank, nel nastro del registratore di Carla Lonzi, nelle nocche delle dita di uno sconosciuto che un giorno bussa alla porta di Colette cambiando la sua vita per sempre, nel tintinnio delle tazze di tè servite dal cameriere di Anna Banti... dove si è annidata la scintilla della consapevolezza? Come è accaduto che un giorno la vita di alcune donne divenisse il crocevia in cui migliaia di vite di altre donne, passate e future, si incontrassero improvvisamente, nell’illuminazione di un momento... nell’istante in cui iniziava a farsi strada la nuova coscienza di genere? Attraverso il racconto della vita di grandi scrittrici, intellettuali, donne carismatiche, che, talvolta del tutto ignare del proprio ruolo, hanno segnato l’inizio del percorso di autoaffermazione del Secondo sesso, Grazia Livi ricostruisce quel momento e la sua genesi, mentre sullo sfondo si affacciano i movimenti e le iniziative dei gruppi che hanno portato avanti la “liberazione organizzata”. Pezzi nascosti di vita individuale diventano chiavi di volta in un percorso che coinvolge metà dell’umanità, come se nella vita di ogni singola donna, nel prorompente sbocciare del genio o nell’improvvisa espressione di una disperazione fosse racchiuso, ogni giorno, il principio della Liberazione.

ma.me.

sabato 18 aprile 2009

Billie Holiday



La signora canta il blues

Feltrinelli 1996

€ 9,00



Senza teorie, senza conoscere il pentagramma, senza artifici, Billie Holiday ha vissuto come ha cantato, di puro istinto, senza alcun filtro razionale per proteggersi dalla vita. In questo racconto autobiografico, mai una concessione ai sentimentalismi, la voce un po’ roca, quella che l’eroina e l’alcol avevano praticamente consumato alla fine della sua esistenza, racconta le esperienze di violenza, il carcere conosciuto da giovanissima, le passioni vissute senza controllo, il successo, i pugni sferrati senza riflettere un attimo, l’umiliazione degli afroamericani e l' essere allo stesso tempo diva e parte di un mondo di segregati. Di questa donna, divenuta un emblema di solitudine, ci resta l’immagine di purezza di un diamante, di una irremovibile coerenza nell’abbandonarsi sempre e totalmente al momento presente, di una caparbietà nel ripetere gli stessi errori che somiglia più alla fede ostinata nella vita che alla volontà di autodistruzione. Quando si scopre un po’ della sua biografia si capisce perché la voce di Lady Day tocca più in profondità di qualsiasi altra voce, perché è il suono di tutte le sofferenze, di tutti i piaceri e di tutte le solitudini, il suono della follia di voler riscattare la sventura del mondo in un attimo di verità.

ma.me.

martedì 7 aprile 2009

Un’italiana alla corte di Francia


Christine de Pizan, intellettuale e donna

Maria Giuseppina Muzzarelli

Il Mulino 2007
€ 13,50


…È la prima donna ad aver fatto della scrittura una professione, così come è stata la prima in ognuno o quasi dei campi del suo multiforme impegno, da quello storico-biografico o quello pedagogico, dall’ambito cavalleresco-militare a quello politico. Concepiva i testi e li scriveva personalmente: a tutt’oggi sono stati identificati 55 manoscritti autografi…

Niente male per una donna nata nel 1365! Educata all’amore per la cultura dal padre, che ne curò personalmente la formazione, visse dal 1368 a Parigi con la famiglia. Dopo dieci anni di matrimonio, rimasta vedova a 25 anni, con tre figli da mantenere e in gravi ristrettezze economiche, cominciò a comporre ballate, biografie, testi poetici (facendone fonte di guadagno) e diresse uno scriptorium per la diffusione di manoscritti letterari, tra cui quelli di Boccaccio.
La medioevista Maria Giuseppina Muzzarelli, autrice dell’accurata biografia di questa donna straordinaria, offre anche – alla fine del volume – un elenco delle opere di Christine de Pizan con indicazione delle traduzioni in italiano.

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