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martedì 2 maggio 2017

Viaggi, fughe, ritorni


Viaggi ottocenteschi, cronache di vita nelle città di frontiera, storie di espatrio e di confino, fughe da prigionie e persecuzioni, momenti di concentramento e di diaspora.
Dagli archivi familiari di Elvira Pajetta e Francesca Taddei recuperiamo alcune storie sul tema del viaggio che coprono un arco cronologico dalla fine dell’Ottocento al secondo dopoguerra.

Con letture, proiezione di materiale iconografico e aperitivo finale

sabato 6 maggio, ore 16.30
Libreria delle donne di Firenze, via Fiesolana 2/b

sabato 24 ottobre 2015

Storie al muro




Maria Luisa Meneghetti

Storie al muro
Temi e personaggi della letteratura profana nell'arte medievale


Einaudi 2015
€ 85,00

venerdì 16 ottobre 2015

Un mondo senza noi

 

Manuela Dviri

Piemme 2015
€ 17,50






Tra Padova e Ancona, tra l'Italia e Israele, tra ricordi personali e documenti ufficiali, tra feste e lutti, Manuela Dviri narra le vicende delle famiglie dei suoi genitori prima e dopo la Vergogna, il varo e l'applicazione delle leggi razziali in Italia, e prima e dopo l'Orrore, la Shoah.
Tra la tranquillità del prima, lo smarrimento e ritrovamenti del dopo, dedica alcune pagine all'anno 1998, quello in cui perse il figlio Ioni mentre prestava servizio militare nell'esrcito israeliano.

Nell'aria c'è il profumo dei frutti dorati dell'albero di guyava che saranno maturi tra una settimana e non ho il coraggio di dire di no ad Avraham, che vuole andare a trovare Ioni  all'ombra del grande ficus, terzo nella fila di tombe militari coperte di pietra chiara del cimitero di Tel Aviv, detto anche con dolorosa ironia "la città dei ragazzi".
Seduta su un muretto penso a quel mio e suo figlio che non abbiamo più, ai grandi occhi neri e alle mani forti di Ioni. Nei rari momenti in cui mi permetto di  immergermi nel suo ricordo o nel pensiero di quello che è - e quello che avrebbe potuto essere - il dolore è quali insopportabile. Ed è solo mio, solo mio. Da non poter o voler dividere con nessuno.


Dalla morte di Ioni, Manuela Dviri, che vive a Tel Aviv ma trascorre lunghi periodi in Toscana, si impegna attivamente per la pace ed esprime il suo dissenso alla politica del governo.
La sua mobilitazione detta delle "Quattro Madri", con azioni di protesta contro la guerra in Libano in corso proprio proprio nel 1998, condurrà al ritiro dell'esercito israeliano dal territorio libanese. Venne allora indicata da un quotidiano israeliano come una delle 50 donne che hanno cambiato la storia d'Israele.
Sul fronte umanitario, ha fondato all'interno del Centro Peres per la Pace il progetto "Saving Children", che ha curato in dieci anni diecimila bambini palestinesi negli ospedali israeliani.
Ultimamente ha partecipato all'incontro in Vaticano tra Shimon Perez e Abu Mazen. Come giornalista, ha collaborato con varie testate israeliane e con il Corriere della Sera, la Gazzetta dello Sport, Gq, Traveller e Vanity Fair. È autrice di vari libri in ebraico e di un'opera teatrale portata in scena da Ottavia Piccolo.
marinella m.

mercoledì 23 settembre 2015

Trieste


 

Daša Drndić
 
Bompiani 2015
€ 19.00 




Gorica in sloveno, Gorizia in italiano, Gorz in tedesco, Gurize in friulano.
Nel palazzo di via Aprica 47, Haya Tedeschi, sola davanti a una scatola rossa piena di fotografie, libretti e vari oggetti, aspetta da sessantadue anni.
Nata il 9 febbraio 1923 a Gorizia/Gorica, proviene da due grandi famiglie, i Tedeschi e i Baar, sudditi della monarchia sburgica, ma giunti molto prima dalla Spagna.
Il 31 ottobre 1944  Haya partorisce Antonio "Toni" Tedeschi. Il padre è Kurt Franz, il giovane nazista di cui si era innamorata, che - ma Haya non lo sa - era già a capo del campo di Treblinka.
Mia piccola ebrea, così non si può andare avanti ... oltretutto a casa mi aspetta la mia fidanzata ... ho ricevuto finalmente il permesso di sposarmi. Per Natale andrò a Düsseldorf, e quando sarò tornato non mi farò sentire. Per favore, non cercarmi.
Il bimbo viene battezzato con il cognome della madre.
Venerdi 13 aprile 1945 Haya porta Antonio, come ogni mattina, all'asilo Duchessa Anna d'Aosta in via Veneto. All'entrata la raggiunge il postino e, nei pochissimi minuti necessari per firmare la ricevuta di una lettera inviatale dai genitori, la carrozzina sparisce come nel numero di un prestigiatore. Non sarà mai più trovata.
Dopo aver cercato e cercato ancora, la giovane donna si chiude nel suo dolore, ed è il vuoto che l'ha invasa che le fa compagnia nelle sue notti insonni popolate di incubi. Ha cinquantatré anni, quando nel 1976 si apre il processo contro gli indiziati per i crimini perpetrati alla Risiera di San Sabba. Haya lo legge sul giornale e dice è giunta l'ora, e si reca a Trieste. Ma il giornale riporta solo pochi nomi, ed è allora che la donna decide di effettuare una sua personale ricerca quando al  numero 8 di quella lista trova il nome Kurt Franz.
Quando nel 2006 la Croce Rossa le invia la foto di un uomo grasso e calvo, Haya ha già un consistente fascicolo sul comandante del lager di Treblinka, dove, fino alla chiusura, sorveglia le operazioni col gas. Sempre nel 2006 Haya legge sul Corriere della Sera dell'apertura degli archivi di Bad Arolsen, il più grande archivio della Seconda guerra mondiale,  a cui la Germania si era opposta per trent'anni. Ed Haya decide: andrà a Bad Arolsen ad ascoltare gli spiriti che parlano da quelle carte. Finalmente, il 3 luglio 2006,  Haya riceve una busta della Croce Rossa internazionale e  ... vede il fondo della scatola rossa che le sta davanti da sessantadue anni.
Nel 1998 anche Antonio Tedeschi ha iniziato a indagare sul suo passato...
Con la precisione della storica che riporta i fatti e mette a fuoco le ragioni e gli effetti che portarono agli avvenimenti che sconvolsero il '900, l'autrice corre avanti e indietro nel tempo, allarga lo sguardo su luoghi, persone, perdite e ritrovamenti dipingendo un grande affresco di ciò che accadde in Europa a partire dalla Grande Guerra.
Dall'altra parte con  la passione di chi, nel vortice della grande Storia, è interessato alle vite di coloro che di  quegli avvenimenti furono le vittime, Daša Drndić ci restituisce la barbarie nazista in tutto il suo raziocinio e la sua crudeltà.

Daša Drndić è nata in Croazia. Laureata all'Università di Belgrado - Facoltà di Filologia, con una borsa di studio Fullbright continua il suo percorso di studi in Teatro e Comunicazione negli Stati Uniti; consegue il dottorato con una ricerca su Sinistra e Protofemminismo all'Università di Fiume (Rijeka). Ha scritto sceneggiati radiofonici, prose e poesie. I suoi romanzi sono stati tradotti in inglese, francese e in alcune lingue slave.

marinella m.

venerdì 24 aprile 2015

Armenia



Gilbert Sinoué

Neri Pozza, 2011

€ 17,00




Il 24 aprile 1915, per ordine del Ministro dell’Interno e del Ministro della Guerra del governo turco, scattò l’operazione di polizia che avrebbe portato in poco tempo al genocidio del popolo armeno.
Nel giro di un mese più di mille intellettuali armeni, tra cui giornalisti, scrittori, poeti e perfino delegati al Parlamento furono “trasferiti” verso l’interno dell’Anatolia e massacrati lungo la strada.
L’operazione proseguì nei giorni seguenti con arresti e deportazioni compiute in massima parte dal movimento dei «Giovani Turchi». Nelle marce della morte, che coinvolsero più di un milione persone, centinaia di migliaia di donne, bambini, vecchi morirono per fame, malattia, sfinimento o trucidati nei modi più violenti e ripugnanti.
Per la prima volta in una missiva dell’allora ambasciatore americano Henry Morgenthau al governo turco viene usata, in riferimento alla deportazione degli armeni, l’espressione “crimine contro l’umanità”, che indica l’impiego di armi che “aggravino inutilmente le sofferenze di individui non atti a combattere o rendano la loro morte inevitabile”.
Nel suo libro, Gilbert Sinoué ripercorre le tappe di questo misfatto intrecciando le vicende della famiglia Tomassian a quelle di personaggi realmente esistiti come il poeta Daniel Varujan, il parlamentare Armen Garo, il rivoluzionario Soghomon Tehlirian, portando noi che leggiamo nel vivo del dramma che si consumò in terra di Anatolia.
Charles Aznavour nella prefazione e Antonia Arslan nella postfazione ci ricordano ancora una volta la necessità di non dimenticare, ed è quello che noi cerchiamo di fare.

Gilbert Sinoué è nato nel 1947 in Egitto da madre francese e padre egiziano. Dal 1965 vive a Parigi.
In Italia ha pubblicato, tra gli altri, Il libro di zaffiro, Il ragazzo di Bruges, La via per Isfahan, I giorni e le notti, Il silenzio di Dio.
marinella m.

domenica 26 ottobre 2014

Ogni mattina a Jenin




Susan Abulhawa

Feltrinelli, 2013
€ 9,50

 


In un tempo lontano, prima che la storia marciasse per le colline e annientasse presente e futuro, prima che il vento afferrasse la terra per un angolo e le scrollasse via nome e identità, prima della nascita di Amal, un paesino ad est di Haifa viveva tranquillo di fichi e olive, di frontiere aperte e sole.
Susan Abulhawa narra, a partire dal 1941, la tragedia della terra di Palestina, martoriata ancora oggi. In queste pagine che urlano dolore e rabbia, ma non rancore, sono descritte tutte le tappe attraverso le quali la popolazione palestinese fu cacciata dalle proprie case per le tende dei campi profughi. Chi ci accompagna in questo viaggio, dal villaggio di 'Ain Hod al campo profughi di Jenin, è Amal, l'amata nipotina del patriarca Yehya Abulheja.

Quando la famiglia preparò il suo corpo per la sepoltura trovò tre olive nella mano destra e alcuni fichi dentro alle tasche … Così, tra le lacrime, la popolazione del fatiscente campo di Jenin pianse la morte di Yehya celebrando la sua vita ed il suo ultimo gesto di coraggio e amore per la terra.

Una storia lunga sessant'anni raccontata quasi anno per anno che, mentre narra i fatti storici realmente accaduti e chiama in causa i responsabili, entra nelle stanze di una famiglia annientata dalla guerra.
Ed i proiettili si conficcano anche nella carne di noi che leggiamo.
Amal, segnata anche nel corpo, emigrata in America, perderà via via tutti i suoi cari e rimarrà sola, indurita e chiusa nel suo dolore. Con lei c'è Sara, la figlia che riesce ad amare solo di notte, quando la bambina dorme e lei le accarezza i capelli e la copre di baci.
Ma l'amore per la propria terra tuttavia sopravvive ed il desiderio di Sara di conoscere la storia della nonna Dalia, della bisnonna Bassima, dello zio Yussef, della zia Huda, uccisa nel campo di Shatila e di tutti gli altri, riporteranno Amal a Jenin un'ultima volta.
Anche la storia d'amore di sua e madre e suo padre era nata lì.

L'azzurro Mediterraneo lambiva i nostri piedi e si perdeva all'orizzonte in un cielo senza nubi. Non si capiva dove finisse il mare e cominciasse il cielo e fu in quell'azzurro infinito che venni toccata dal sorprendente incantesimo dell'amore.


Susan Abulhawa è nata da una famiglia palestinese in fuga dopo la Guerra dei Sei giorni e ha vissuto i suoi primi anni in un orfanotrofio di Gerusalemme. Adolescente, si è trasferita negli Stati Uniti e si è laureata in scienze biomediche. Vive in Pennsylvania. Autrice di numerosi saggi sulla Palestina, per cui è stata insignita nel 2003 del premio Edna Andrade, ha fondato l'associazione Playgrounds for Palestine, che si dedica ai bambini dei Territori Occupati.
Ogni mattina a Jenin, il suo primo romanzo, è stato pubblicato in ventidue paesi.
marinella m.

venerdì 23 maggio 2014

Io, partigiana

Giovedì 29 maggio, alle ore 17,30
al Giardino dei ciliegi
Lidia Menapace presenta “ Io, partigiana. La mia resistenza” (Manni 2014).
Introduce Maria Letizia Grossi.

domenica 16 febbraio 2014

Chi verrebbe a cercarci qui, in questo posto isolato?

 
Izieu, una colonia per bambini ebrei rifugiati (1943-1944)

a cura di Stéphanie Boissard e Giulia Ricci

Anniversary books, 2014
€ 15,00


Gli eventi
11 novembre 1942. I tedeschi invadono la zona non occupata (dopo l’armistizio con la Germania del 22 giugno 1940, la Francia era stata divisa in zone, quella occupata a nord e quella non occupata al centro-sud).

5 maggio 1943. Sabine Chwast e suo marito, Miron Zlatin, insediano a Izieu, nel dipartimento dell’Ain,  “una colonia  di bambini rifugiati”, fino a quel momento ospiti nella “Maison d’enfants” di Lodeve.

6 aprile 1944. La Gestapo rastrella i 44 bambini e i 17 adulti presenti nella colonia d’Izieu. Alle ore 20.10 dello stesso giorno Klaus Barbie firma ed invia un telex alla Polizia di Sicurezza e dei Servizi di Sicurezza in Francia, che annuncia la retata della colonia, enumera gli adulti e i bambini arrestati ed informa che gli stessi saranno trasferiti al Campo di Drancy il giorno dopo.
Sabin Zlatin non era presente: si era recata a Montpellier per trovare un posto più sicuro per i bambini.

8 aprile 1944. Gli adulti e bambini d’Izieu, dopo una notte passata nella prigione di Lione, entrano a Drancy registrati dal numero 19185 al numero 19235.

13 aprile - 30 giugno 1944. In questo periodo, con convogli diversi, 42 bambini e 16 adulti  vengono deportati ad Auschwitz. Tornerà solo l’educatrice Lea Feldblum. Il direttore Miron Zlatin e due adolescenti partiranno il 15 maggio 1944 e saranno uccisi a Tallinn, in Estonia.

7 aprile 1946. Si tiene la prima cerimonia in ricordo degli ospiti d’Izieu e sulla casa viene apposta una targa con i loro nomi e l’età di ciascuno.

La casa
La casa, scelta da Sabine Zlatin perché appartata e posta in alto rispetto alla strada, è situata nella zona sud del Bugey tra le colline della catena del Giura e si affaccia sulle Alpi. “Sono molto contenta si essere qui, ci sono delle belle montagne e dalla cima delle montagne si vede il Rodano che passa ed è molto bello” scrive Mina Aronowicz alla zia rifugiata negli Stati Uniti.

Il libro
Curato da Stephaine Boissard e Giulia Ricci, oltre ad una dettagliata ricostruzione storica, ci restituisce attraverso tante bellissime fotografie la vita nella casa e i volti sorridenti dei bambini che la abitarono e che non ci sono più:
Sami Adelsheimer, Hans Ament, Mina Aronowicz, Jean Paul e Max-Marcel Balsam, Esther, Elie e Jacob Benassayag, Jacques, Richard e Jean-Claude Benguigui, Baruk-Raoul Bentitou, Albert e Marcel Majer Bulka, Lucienne Friedler, Edmond Egon Gamiel, Maurice e Lilian Gerenstein, Henry-Chaim e Joseph Goldeberg, Claudine e Mina Halaunbrenner, Georges Halpern, Arnold Hirsch, Isidore Kargeman, Liane e Renate Krochmal, Max Leiner, Claude Levan-Reifman, Frtz Loebmann, Alice-Jacqueline Luzgart, Marcel e Paula Mermelstein, Theodore (Theo) Reis, Gilles Sadowski, Martha e Senta Spiegel, Sigmund Springer, Sarah-Suzanne Szulklaper, Herman e Max Tetelbaum, Charles Weltner, OttoWertheimer, Emile Zuckerberg.


marinella m.

domenica 26 gennaio 2014

Bianco e nero












Martedì 28 gennaio 2013, ore 17,30, al Giardino dei Ciliegi (via dell’Agnolo 5, Firenze)
 
Presentazione di Bianco e nero. Storia dell’identità razziale degli italiani
di Gaia Giuliani e Cristina Lombardi-Diop
Le Monnier 2013

Con Gaia Giuliani. Introduce Enrica Capussotti

venerdì 24 gennaio 2014

Memoria 4



Dopo i testimoni
Memorie, storiografie e narrazioni della deportazione razziale

a cura di Marta Baiardi e Alberto Cavaglion

Viella, 2014

mercoledì 22 gennaio 2014

Memoria 3


Anna Foa

Portico d'Ottavia 13
Una casa del ghetto nel lungo inverno del '43

Laterza 2014, € 15,00


La casa al numero 13 del Portico d’Ottavia fa parte di un vasto complesso edilizio sorto nella prima età medievale su resti di età augustea. Rimase a margine del ghetto, anche dopo l’ampliamento che del ghetto aveva voluto papa Leone XII nel 1824. Degli inizi del 1500 è la trasformazione in palazzo signorile di stile rinascimentale con l’ampio cortile interno e il loggiato sorretto da colonne di marmo. Di poco successiva è la costruzione della casa al numero 9, legata alla prima da un unico loggiato al piano superiore. Nei secoli successivi subì ulteriori modifiche in ragione del succedersi della proprietà e delle relative disponibilità e necessità. Oggi è uno splendido palazzo che mantiene la loggia interna sorretta dalle antiche colonne e la scala in marmo che conduce all’ultimo piano.
Nel 1943, quando all’alba del 16 ottobre vi fecero irruzione le SS di Dannecker, durante la razzia del vecchio ghetto di Roma, l’edificio era assai degradato e abitato da poveri ambulanti e piccoli commercianti, tutti ebrei, tranne il falegname, che abitava al piano terreno.
Dalla casa furono presi in trentacinque, e nei mesi successivi, grazie alla collaborazione indispensabile dei fascisti italiani, furono arrestati quattordici dei suoi abitanti, sei dei quali saranno assassinati alle Fosse Ardeatine il 24 marzo del ’44.
In quella famigerata notte furono rastrellate in tutto 1024 persone, delle quali oltre 200 erano bambini. Due giorni dopo partiranno dalla Stazione Tiburtina con destinazione finale Auschwitz: torneranno in sedici, quindici uomini, una sola donna, nessun bambino.
Nel 2000 Anna Foa va ad abitare nella casa in via del Portico d’Ottavia 13 e nasce in lei il desiderio di ricostruire la storia della Casa e le vicende dei suoi inquilini. Per questo quando ho saputo che coloro che avevano abitato nel mio appartamento si erano salvati tutti, ne ho provato un grande sollievo, quasi si fosse trattato della mia famiglia.
Dopo aver consultato negli archivi i documenti conservati dalla grande Storia e con la passione civile che ogni ricerca richiede, Anna Foa entra nel portone, sale e poi riscende, le scale della casa, proprio come devono aver fatto i nazisti di Dannecker.

Recentemente, una pietra d’inciampo, un sampietrino d’ottone che segnalano sulla soglia di una casa la deportazione di uno o più dei suoi abitanti, è stata collocata di fronte al portone. Ricorda solo uno di quei deportati, una donna incinta di nove mesi portata via il 16 ottobre 1943. Per mettervi una pietra per ognuno dei suoi abitanti mandati a morire, non basterebbe lo spazio di un lenzuolo. Che questo sia per voi come quel lenzuolo.

marinella m.

giovedì 16 gennaio 2014

Memoria 2

Loretta Bemporad

Un'ebrea piccola piccola
Storia familiare di una bambina d'altri tempi

Giuntina, 2005
€ 12,00

Quando il 10 giugno 1940 Mussolini annuncia l’entrata in guerra dell’Italia, Loretta ha da poco compiuto sei anni. Ha fatto la prima elementare in casa aiutata dalla zia Matilde e frequenta la seconda alla scuola Giotto, l’unica di Firenze che i bambini ebrei potevano frequentare entrando da via Landucci dove si trovava l’ingresso riservato a loro.
Come molte altre, anche la famiglia di Loretta lascia Firenze e comincia a nascondersi per sfuggire ai fascisti e ai tedeschi, e da Bemporad diventa Bellandi.
Un libro di ricordi: dalla scuola ai giochi, dalla vita familiare a quella della comunità ebraica di Firenze, dalle peripezie della guerra al dopoguerra.
Loretta Bemporad riesce, a tanti anni di distanza, a narrare tutto questo con la delicatezza e il linguaggio della bambina che è stata, infondendo, in chi legge un sentimento raro: la serenità.
Non ultimo merito di Loretta e di questo libro, è anche quello di farci scoprire angoli di Firenze che non ci sono più.
Un libro piccolo … ma non un piccolo libro.
marinella m.



domenica 27 gennaio 2013

Wiera Gran, l'accusata




Agata Tuszynska

Traduzione di Margherita Botto 

Einaudi 2012
€ 20,00



Festival di Cannes 2002. Vince la Palma d’Oro il film di Roman Polański, Il pianista, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Wladislaw Szpilman.
Varsavia 1941. Al Café Sztuka, uno degli ultimi  locali rimasti aperti nel ghetto più grande d’Europa, Szpilman accompagna al pianoforte Wiera Gran che canta canzoni d’amore. La sua bellezza,  la sua voce conturbante e sensuale la rendono famosa, una stella.
Wladislaw Szpilman e Wiera Gran, a differenza dei loro familiari e dei loro amici, sopravvivono al nazismo, ma mentre Szpilman è conosciuto da un vasto pubblico, Wiera Gran viene dimenticata, quasi espunta dalla grande storia della Shoa.
Sulla testa di Wiera, che muore nel 2007 a Parigi, consumata dall’odio e dalla paura, intrappolata nel buio e nella sporcizia della sua casa, pende l’accusa di collaborazionismo
Lo Sztuka era frequentato da gente ricca, speculatori, spie e dalle stesse guardie della Gestapo: Wiera era brava e affascinante, la invitavano al tavolo e lei accettava.
Più tardi, insieme agli altri musicisti che si esibivano nel ghetto, anche Wiera sarà accusata di essersi venduta ai nazisti o almeno questa è  la voce che sarà fatta massicciamente circolare.
La scrittrice Agata Tuszynska, docente all’università di Cracovia, si mette sulle tracce di Wiera e la scova in quell’opprimente appartamento del sedicesimo arrondissement, devastata dalla paranoia ma ancora determinata a difendere la propria reputazione.
Nasce, tra le due donne, una rapporto fatto di fiducia e ostilità; Wiera racconta, grida, mostra foto, oggetti.
È tra quelle pareti anguste che nasce L’accusata, una lettura altra della vicenda di Wiera Gran.
Documentato con il rigore della storica, corredato da molte foto d’epoca, il libro di Agata Tuszynska  ci restituisce, insieme alla storia di questa grande artista, uno spaccato rimasto in ombra dell’interno del ghetto dove comunque bisognava avere un tetto sulla testa, per sé e per la propria famiglia, e placare la fame. La fame di pane, la fame che annientava e neutralizzava qualsiasi altra fame. La fame che solo l’arte riusciva a placare.

Agata Tuszynska, scrittrice e biografa, è nata a Varsavia nel 1957. Insegna Giornalismo letterario all’Università di Cracovia.

marinella m.

giovedì 29 marzo 2012

Il gioco delle parti



 
Travestimenti e paure sociali tra Otto e Novecento  

Laura Schettini

Le Monnier, 2011



Dalla metà dell'Ottocento importanti cambiamenti nel mondo dell'editoria, della cultura scientifica, di costume e sociali, fanno dei travestimenti di genere una questione che accende gli animi, di cui si occupano l'opinione pubblica, la stampa, la pubblica sicurezza, la comunità scientifica. Nello stesso periodo nuovi attori sociali, come le «donne nuove» o gli omosessuali, ricorrono ampiamente al travestitismo come pratica di costruzione e svelamento dell'identità, sfidando sul piano simbolico i modelli di mascolinità e femminilità dominanti. Attraverso un copioso e vario apparato documentario questo libro ricostruisce come il campo dei travestimenti, al crocevia di importanti processi sociali, finisca per rappresentare nell'Italia fin de siècle uno dei terreni più importanti di confronto/conflitto tra istanze di rinnovamento e di conservazione rispetto ai modelli di sessualità e di genere.

Sabato 31 marzo, alle 17.30, all'IREOS - Centro Servizi Autogestito Comunità Queer (via dei Serragli 3, Firenze), presentazione del libro di Laura Schettini con l'autrice e Enrica Capussotti.

info:
IREOS
tel. e fax 055216907 - e-mail: info@ireos.org

domenica 30 gennaio 2011

Arrivare prima del Signore Iddio


Conversazione con Marek Edelman

Hanna Krall
Prefazione di Gad Lerner
Traduzione di Ludmila Ryba e Janina Pastrello

La Giuntina 2010
€ 12,00


Nella clinica dove ho lavorato in seguito c’era una grandissima palma. A volte mi fermavo lì sotto e davanti vedevo le sale dove stavano i ricoverati i miei pazienti. Erano altri tempi, non c’erano i farmaci di oggi, e gran parte dei malati in quelle sale era condannata a morire. Il mio compito era quello di salvarne il maggior numero possibile e un giorno, sotto quella palma, mi sono reso conto che in fondo era lo stesso compito che là, all’Umschlagplatz. Anche allora stavo al cancello e tiravo fuori degli individui da una folla di condannati.
Mark Edelman, unico comandante della rivolta del ghetto di Varsavia sopravissuto alla guerra, è come rimasto là, al cancello nell’Umschlagplatz, il centro di raccolta ai confini del ghetto, dove ha visto 400.000 ebrei sfilare, ed uno ad uno salire sui vagoni che li porteranno a morire nel campo di Treblinka. Là, come dopo nella sua professione di cardiologo, altro non ha fatto che cercare di arrivare prima del Signore Iddio e salvare vite umane quanto più gli è stato possibile.
In questo libro racconta ad Hanna Krall della vita degli ebrei nel ghetto, della rivolta, della sua professione di medico. Ma non è un eroe e quasi si impunta e recalcitra di fronte alle domande della scrittrice. Sostiene che, in sala operatoria come al cancello nell’ Umschlagplatz, salvarne uno su quattrocentomila è semplicemente ridicolo.
Ma ogni vita rappresenta per ciascuno l’intero cento per cento, allora forse un senso comunque c’è.
Così conclude Hanna Krall, e noi con lei.
marinella m.

Lunedì 31 gennaio alle 17.30, presso la Biblioteca delle Oblate, un'iniziativa per ricordare Marek Edelman (1922?-2009), con Rudi Assuntino, Francesco Cataluccio, Wlodek Goldkorn, Ludmila Ryba e Daniel Vogelmann. Durante l'incontro saranno proiettati il filmato Cronaca dell'insurrezione del ghetto di Varsavia secondo Marek Edelman e un'intervista a Edelman realizzata da Gad Lerner nel 2006.

venerdì 28 gennaio 2011

Il mercante dei quadri perduti




Sara Houghteling


Neri Pozza, 2009
€ 16,50




Dove sono finiti i Manet, i Matisse, i Picasso del mercante d’arte ebreo Daniel Berenzon? Rifugiatosi in campagna durante l’occupazione tedesca di Parigi, nel 1944 torna in città ma gli inestimabili capolavori della sua galleria sono scomparsi. Suo figlio Max li cercherà, aiutato da Rose Clément, fino a farne una ragione di vita.
Sara Houghteling narra una storia avvincente e appassionata imperniata “sull’arte rubata”, ovvero sulla razzia che i nazisti, su ordine diretto di Hitler e Göring, fecero di quadri e oggetti d’arte durante l’occupazione di Parigi. Tutti i dati riportati nel romanzo sono veri; solo il protagonista del romanzo, Daniel Berenzon, è un personaggio di fantasia
Il libro è ispirato alla figura di Rose Valland (1898 -1980), a cui i tedeschi permisero, nella sua qualità di ex sovrintendente, di rimanere come supervisore alla manutenzione, al Jeu de Paume. Qui venivano stipate le opere prima di partire per la Germania. I meticolosi resoconti che Rose compilò di nascosto consentirono il successivo rimpatrio di migliaia di dipinti. Grazie ai suoi contatti con le Forze francesi libere e gli alleati, migliaia di vagoni carichi di opere d’arte non furono bombardati. Rose Valland fu insignita della Legione d’Onore e della medaglia presidenziale della Libertà.
Nel 1961 Rose scrisse la propria autobiografia, Le front de l’art: defens des collections françaises 1939-1945, fuori catalogo da anni. Nel 1964 dal suo libro fu tratto il film Il treno.
marinella m.

domenica 23 gennaio 2011

La baracca dei tristi piaceri




Helga Schneider


Salani 2009
€ 14,00




In questo libro le parole ci graffiano fino a lacerarci la pelle, il dolore penetra nelle viscere e nelle ossa, martella nel cervello, invade il nostro cuore e tutto il nostro corpo.
Ricordare è straziante, ma necessario. Per questo Herta Kiesel, un’anziana signora tedesca, racconta alla giovane Sveva, scrittrice di successo, la sua storia.
Arrestata a Berlino nel 1943 perché fidanzata con un giovane per metà ebreo, Herta viene internata nel campo femminile di Ravensbrück. Con la promessa di essere liberata da lì a sei mesi, la ragazza accetta di essere trasferita al bordello di Buchenwald, il Sonderbau, “edificio speciale”.
Qui SS tedesche e prigionieri possono, al prezzo di due marchi, usufruire dei servizi delle giovani donne.
A Buchenwald ha il suo laboratorio anche il dottor Carl Vaernet, conosciuto soprattutto per la sua “cura dell’omosessualità”, che sul corpo delle donne e dei “triangoli rosa” misura la "virilità” del regime.
Per anni Herta Kiesel è rimasta in silenzio, sotto il peso del tormento e della vergogna.
Nella Germania nazista la prostituzione era giudicata, per motivi di igiene razziale, un grave reato punibile con la reclusione. Ciò non impedì a Heinrich Himmler di ordinare la costruzione di dieci bordelli nei grandi campi di concentramento, dove prigioniere prelevate soprattutto dal lager femminile di Ravensbrück furono costrette alla prostituzione cotta. Dopo il 1945 l’esistenza di questi bordelli fu messa a tacere. Solo recentemente la Germania si è svegliata da questo oblio, affrontando ciò che per decenni era rimasto un tabù.

Helga Schneider è nata in Polonia e ha vissuto in Germania e in Austria. Dal 1963 risiede in Italia.
Oltre a La baracca dei tristi piaceri ha pubblicato Porta di Brandeburgo, Il rogo di Berlino, Lasciami andare madre, L’usignolo dei Linke, Io, piccola ospite del Führer. Con Stelle di cannella ha vinto il Premio Elsa Morante ragazzi 2003.
marinella m.