giovedì 10 marzo 2016

Una luce quando non è ancora notte



Valentine Goby

Guanda 2015
€ 16,00





Mila ha più o meno vent'anni quando, militante nella Resistenza francese, viene arrestata e, nell'aprile 1944, trasferita dal carcere di Frasnes, nel campo di concentramento di Ravensbrück, in Germania.
Come le altre 400 donne del suo convoglio, non sa dove è diretta né ha idea di cosa la aspetti. Scendendo dal treno si ritrovano in uno spiazzo illuminato da ogni parte tra il latrato dei cani e lo sbraitare delle SS.
Sono assegnate al Block 11 destinato alla quarantena. Le francesi già detenute entrano clandestinamente nel Block, e insegnano alle nuove le parole e le azioni indispensabili per non farsi ammazzare. Non ammalarsi: le malate non superano la selezione e sono le prime a salire sui trasporti neri da cui tornano solo i vestiti. Stare lontano dal Revier (infermeria), dove imperversano il tifo, la scarlattina, la polmonite, e dove, invece di essere curate, sono avviate ai vagoni della morte. Farsi catalogare come Stück  (pezzo) utile al lavoro alla Siemens o in sartoria. Resistere immobili, in piedi, durante l'appello della mattina che dura molte ore, perché anche il battere delle palpebre può portare all'esecuzione immediata.
Quando Mila entra nel Block 11 trova corpi scavati e occhi infossati, e impara altre parole: ascessi, ulcere, lesioni, bubbone, cisti, tumore, erisipela, piaghe da avitaminosi, dissenteria, morsi di cane, bastonate, cancrena, pus.
In un apposito Block  vengono fatte spogliare nude e il peggio non è essere vista, è vedere, vedere le vecchie e le madri che si vergognano. Qui dichiarano le proprie generalità, la professione e lasciano le valigie.  Viene dato loro un vestito e poi le troie francesi rientrano nel Block 11. Sul vestito viene cucito un triangolo, che per loro è quello rosso dei detenuti politici. Alle 3,30 suona la sirena, a seguire l'appello, il caffè, il WC dove sono in fila 35.000 donne, e poi a lavorare.
Mila è incinta, ma per il momento nessuno lo sa. Se ne accorgerà il medico durante la visita obbligatoria. È quel pomeriggio che apprende dei bambini. Fino al gennaio del 1944 le SS facevano abortire le donne all'ottavo mese e i feti venivano buciati all'istante; ora invece nel campo c'è una Kinderzimmer.
Alla fine della quarantena le donne arrivate col convoglio di Mila sono divise in tre baracche. Lei viene assegnata allo scarico delle casse, che, gettate alla rinfusa sui vagoni, contengono ciò che la Germania ha saccheggiato all'Europa. Mila ha paura che quella fatica che le spacca la schiena e la pancia possa uccidere il suo bambino. Teresa, la polacca che divide con Mila il pagliericcio e il suo segreto, la sprona in ogni modo a resistere; di nascosto le prigioniere che lavorano in sartoria, con piccoli avanzi di stoffa trafugati da quelle che scaricano le casse, cuciono vestine e pannolini.
Dopo qualche mese le si rompono le  acque  e l'infermiera la porta nell'infermeria dove Mila partorisce imbavagliata: deve stare in silenzio, le sue urla non devono disturbare il medico nella stanza accanto. Alla fine un esserino di carne le viene appoggiato contro il collo. È coperto di croste e sangue e con cautela Mila lo lava col caffè della mattina.
Quando l'infermiera le chiede il nome del suo bambino, Mila risponde: James. Pronunciando quel nome Mila sente di non essere più Stück dei nazisti, ma di avere qualcosa di solo suo. Quel piccolo rappresenta la possibilità, almeno con la mente, di volare fuori dal campo dove c'è la vita.
Il bambino verrà registrato col numero della madre più un bis:  Langlois James, deportato politico, francese, nato il 29 settembre 1944. Poi l'infermiera le prende il bambino e lo porta nella Kinderzimmer dove i neonati sono assistiti da  Sabine, una bambina che  ha il padre pediatra. Quattro volte al giorno è consentito a Mila di attaccare al seno la sua creatura. Quando le mammelle sono vuote, e accade assai in fretta, i piccoli vengono allattati da altre madri che hanno perso il loro bambino, perché nella Kinderzimmer i neonati sopravvivono al massimo tre mesi. Li uccidono la mancanza di nutrimento,  il freddo, le malattie, i topi. Quel giorno verrà anche per Mila e James, ma quel giorno c'è con lei Teresa che la aiuterà a compiere un grande gesto d'amore e tutte, polacche, francesi, russe, italiane, ungheresi faranno il possibile e l'impossibile per aiutarla.
Da quel momento Mila comincia a scrivere su foglietti sparsi nomi, date, avvenimenti, perché la memoria non la tradisca, perché vuole ricordare tutto.
Il campo sarà liberato dai russi il 30 aprile 1945, ma la guerra, per Mila, finirà il 27 luglio dello stesso anno. A pochi mesi dalla sconfitta tedesca, a Ravensbrück, le deportate arrivarono a essere 45.000.  Tenuto conto dei decessi e dei trasferimenti, sembra accertato che vi furono immatricolate 125.000 donne, delle quali circa 95.000 persero la vita.

Questo libro dovrebbe (deve) essere letto. Le atrocità  perpetrate sulle deportate e sui loro corpi di donna sono di una ferocia insopportabile per chi legge oggi, a settant'anni di distanza. Ma tutto ciò è vero ed è accaduto. Allora dobbiamo raccogliere i foglietti sparsi di Mila e ricordarle, tutte, con amore e compassione.
Ma questo libro ci insegna anche che la solidarietà tra donne, quando è autentica capacità di aiutarsi l'una con l'altra, può diventare un'arma potente, a tutt'oggi necessaria. contro le ingiustizie e le violenze.

Valentina Goby (Grasse, 1974), con Una luce quando non è ancora notte, ha vinto nel 2014 il Prix des Libraires.

marinella m.

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